La storia

la banca

Dopo la ‘Rerum Novarum' (1891) ci fu da parte dei cattolici una ripresa nel campo sociale; e uno dei risultati più qualificanti indubbiamente fu la fitta rete di Casse rurali, quell'istituzione creditizia cattolica che ebbe di mira la formazione di “un ceto di campagnoli vigorosi, indipendenti, costumati e gelosi custodi della fede dei loro padri”.

A Spello l'istituzione di una Cassa rurale ebbe luogo “l'anno millenovecento sette, il giorno di domenica, primo del mese di settembre, in Spello, nella sagrestia di San Lorenzo Martire”, così appunto si legge nell'atto costitutivo cui parteciparono:

  • don Luigi Prior Santarelli, fu Giovanmaria, sacerdote parroco (di S. Maria Maggiore);
  • Feliciano Tini, fu Domenico, negoziante possidente;
  • Giuseppe Lanna fu Antonio, addetto ferroviario;
  • Angelo Paris fu Francesco, possidente;
  • Francesco Pepponi fu Antonio, possidente;
  • Giuseppe Rambotti fu Antonio, ugualmente possidente;
  • Sebastiano Pepponi del fu Giuseppe, perito, possidente;
  • Francesco Paris fu Giovanmaria, bracciante, possidente;
  • Luigi fu Domenico Momi, negoziante, possidente;
  • rev. don Bernardo Angelini del vivo Angelo, sacerdote parroco (di San Lorenzo);
  • Antonio e Giovanni Tini del fu Vincenzo, agricoltori, possidenti;
  • Sante fu Giovanni Giachetti, calzolaio, possidente;
  • Pietro Baldaccini fu Gregorio, colono
Tutti nati e domiciliati a Spello.
Costoro, dinanzi al notaio Silvio Marchetti costituirono “una società in nome collettivo sotto la denominazione: Cassa rurale di prestiti San Felice, società cooperativa in nome Collettivo”.

La Cassa rurale era stata fondata, scriverà più tardi l'Angelini, “quando i tempi volgevano tutt'altro che propizi per un'istituzione cattolica. Ma i fondatori non si scoraggiarono.
Essi erano piccoli proprietari i quali sentivano il bisogno di liberarsi dalla speculazione privata, non solo, ma sentivano ancora il bisogno di un indirizzo e di un mezzo che ne avesse valorizzate e stimolate l'energie produttrici, di un mezzo che avesse loro procacciato attrezzi e concimi agricoli, insomma sentivano il bisogno di giovare a se stessi, alla classe specialmente agricola e di giovare così anche all'economia nazionale.
E con un atto che dimostra la illimitata fiducia da cui erano scambievolmente animati, fondendo in uno di loro singoli patrimoni, ne costituirono un corpo unico, perché avesse soddisfatto le comuni aspirazioni, garantendone in solido le operazioni. E alla loro società, al loro Istituto dettero il nome di San Felice. Nessun altro nome sarebbe stato più appropriato
”.